Autore: Gabriele “Falcon” Boldreghini
Personaggio: Nicolai
Steso a terra, quasi congelato e con un proiettile nello stomaco, il soldato pregava il Messia-Fuhrer di donargli la forza per raggiungere la granata. Non voleva che il suo corpo si rialzasse a caccia dei viventi… e soprattutto era terrorizzato dall’idea che alcuni ex-camerati, o parti di loro, fossero sfuggiti ai lanciafiamme russi e si stessero muovendo in cerca di carne umana. Immaginava il volto sfigurato di Fritz che tentava di morderlo, o il braccio possente di Hermann strisciare verso di lui per scarnificarlo con le unghie spezzate. Sperava di essere l’unico sopravvissuto. Per puro miracolo era stato colpito da un solo proiettile dell’enorme e infernale bestia di metallo; una bestia, perché quella cosa non poteva essere un semplice carro armato. Era riuscito a trascinarsi in un boschetto poco lontano, senza che i russi lo notassero. Ma più che un miracolo era diventato un incubo.
Percepì un movimento unito a un suono stridulo, come una risata a singhiozzo o un cigolio. Cercò di chiamare, di attirare l’attenzione su di sé. L’ombra si avvicinò, sovrastandolo. Del sangue -di Hans- gli appiccicava le ciglia, impedendo alla vista di schiarirsi, ma riuscì a notare i contorni di un uomo massiccio, quasi rotondo nella sua stazza imponente. Qualcosa in lui si muoveva in maniera scomposta, solo in un secondo momento comprese che era un lungo soprabito svolazzante.
“A-aiuto…”
“Dà, dà, tovarish, ora ci pensa Nicolai.”
Sentì qualcosa che lo afferrava per la giubba, sollevandolo senza sforzo. Quell’uomo doveva essere russo, non poteva sperare nella sua misericordia, ma in quel momento era troppo sollevato dall’aver evitato l’orribile fine per pensare a difendersi. Non che ne avesse la forza. Sperò di essere giustiziato e bruciato, e fu un sollievo. L’uomo che diceva di chiamarsi Nicolai gli fasciò lo stomaco senza troppi complimenti, comprimendo la ferita e bloccando l’emorragia, poi lo issò in spalla e riprese a camminare nel boschetto coperto di neve.
“Uccidimi…” Sussurrò il soldato.
“Niet.” Rispose Nicolai, stridendo. “Tu deve rimanere vivo, tovarish.”
L’omone ridacchiava felice, era sempre più difficile trovare dei volontari, e scoprire qualcuno ancora vivo dopo il passaggio delle biomacchine da guerra era stato un colpo di fortuna: pareva essere passato addirittura il Grande Stalin, visto il macello nella zona di confine.
A un tratto si fermò, il soldato non avrebbe saputo dire quanto tempo era trascorso. Nicolai si chinò aprendo una botola cigolante, nascosta nel terreno, che non mancò di stridere squarciando il silenzio irreale. Si calò all’interno, sempre tenendo il soldato sulle spalle. Percorse corridoi bui, illuminati solo dalla torcia sgangherata di Nicolai, che si muoveva in quel luogo con la sicurezza di chi ne ha fatto la sua abitazione. Appoggiò il ferito sopra una lettiga, in una stanza zeppa di bizzarri macchinari. La paura era di nuovo logorante: dove lo aveva condotto quell’uomo, e perché?
Avvertì una puntura al braccio e i sensi divennero ancora più torbidi. Fu allora che vide il volto di Nicolai per la prima volta. Capelli selvaggi e sporchi scendevano sulle spalle enormi, erano bianchi e grigi come la barba imponente, al centro della quale scintillava qualcosa… aguzzi e minacciosi denti di metallo. L’urlo morì nella gola del soldato che perse i sensi.
“Paura piccolo uomo?” Disse Nicolai, ormai parlando da solo. “Tu non deve, io grande scienziato di Soviet. Io fa progressi in grande scoperta, anche se Z.A.R. considera me criminale. So che Z.A.R. non sbaglia, ma questa volta si… anche se non può. Bah, stupidi problemi di filosofia, non di scienza, e Nicolai si occupa di scienza.” Così dicendo, iniziò la delicata operazione per istallare nel cervello del soldato una Macchina di lettura neurale. Intanto, il bendaggio al ventre, ormai intriso, iniziò a lasciar colare sangue, che scivolava sul pavimento mischiandosi ad altro rappreso da tempo. Ogni movimento di Nicolai emetteva un cigolio, e il pesante soprabito continua a muoversi anche ora, in assenza di vento, come animato da volontà propria, mentre lui fischiettava motivetti russi di un’infanzia quasi dimenticata. Altri rumori striduli provenivano da sale lontane.
Terminata l’operazione, attraversò altri corridoi cupi, portando il soldato, fino a raggiungere una grande stanza, un tempo adibita a magazzino. C’erano delle casse qua e là, ma la maggior parte era stata spostata. Appena entrarono, due lupi balzarono verso di loro, il clangore di catene tese riecheggiò nella stanza.
“Moroz, Snegurka! A cuccia!”
Le catene si afflosciarono, i lupi si ritrassero intimoriti. Erano aberrazioni, Moroz con denti simili a quelli di Nicolai e Snegurka con tutte e quattro le zampe di metallo. Tornarono nel loro angolo, accucciandosi l’uno sull’altra.
“Belli, vero tovarish?” Disse Nicolai all’uomo svenuto. “Li ho fatti io.”
Chiuse il soldato in una gabbia rugginosa, dirigendosi a una scrivania colma di fogli zeppi di schizzi, nomi e progetti. Nicolai aggiunse dei dati a uno di questi, poi passò a un grosso calcolatore che occupava un’intera parete. L’omone sbuffò, il macchinario aveva bisogno di manutenzione costante, che gli dava non poco da faticare, ma era abbastanza in gamba da potersene occupare, in fondo, aveva anche riattivato il vecchio generatore di quella base segreta e dimenticata.
Un lamento lo distrasse dai calcoli, il soldato stava rinvenendo.
Si avvicinò alla gabbia. “Ancora non sei diventato Morto. Robusto, piccolo soldatino.”
Per lunghi minuti osservò con occhio clinico la vita del soldato spegnersi, pian piano ogni flebile gesto divenne immoto, poi attese che questo si Risvegliasse, cosa che avvenne in una manciata di minuti. Il Morto si scagliò contro le sbarre, nel tentativo di raggiungerlo e divorarlo.
“Bene.” Si limitò a dire Nicolai. Uscì dal magazzino, per tornare poco dopo trascinando una donna di mezz’età denutrita. Senza che lei nemmeno sperasse di opporre resistenza, la scagliò contro le sbarre della gabbia. Il Morto l’afferrò iniziando a divorarle un braccio, che poi strappò nel tentativo di tirarla a sé. Lei continuava a gridare, a causa del folle dolore, quando Nicolai, rimasto impassibile, l’afferrò per i capelli trascinandola verso i lupi. Le belve iniziarono a ululare, eccitate, e, quando la donna fu a portata, la divorarono che ancora scalciava. Nicolai sghignazzò, non per un qualche perverso gusto sanguinario, ma perché era felice di vedere i suoi cuccioli mangiare.
Prese una motosega appesa al muro e la infilò tra le sbarre, all’altezza del ventre del Morto, che si aprì a metà, il corpo diviso in due parti. Entrò nella gabbia, strappò le braccia dal torso e le gambe all’altezza delle ginocchia, poi afferrò il Morto per il collo e lo sollevò con cura, fino a fissarlo a una lettiga con cinghie di cuoio. Con movimenti meccanici, quasi rituali, tornò a prelevare il resto dei moncherini. In una stanza poco lontana, decine di gabbiette per cavie animali erano appoggiate contro la parete, molte occupate da pezzi di esseri umani. Rotolavano, strisciavano e si muovevano come potevano, creando una costante cacofonia di rumori disgustosi. Nicolai sistemò quelli nuovi secondo una precisa catalogazione, poi tornò sui suoi passi.
Tra poco si sarebbe occupato d’estrarre la Macchina di lettura neurale dal Morto. Sperò che fosse la volta buona. Il cervello rimaneva attivo per qualche minuto dopo la morte fisica del corpo, per questo Nicolai era certo che la Macchina potesse registrare le fasi salienti del passaggio da morto a… Morto. Ovviamente a lui non interessavano i risvolti metafisici ma quelli pratici: era certo che in quel breve lasso di tempo il cervello potesse ancora essere ancora bombardato di precisi messaggi subliminali, magari di fedeltà verso Z.A.R. o… a Nicolai. Controllare i Morti. Una nuova frontiera della scienza, nulla a che vedere con rituali da vecchie superstiziose. L’idea gli era venuta dopo la morte di Radislav: uno dei sopravvissuti delle Terre Perdute che aveva usato per farlo diventare una biomacchina, nei primi tempi dopo la fuga da Nuova Stalingrad. L’uomo era morto durante il processo, diventando un Homo Mortuus Inscius, secondo il libro di un italiano pazzo, che aveva trovato in seguito. Di certo, Radislav era ancora capace di ragionare. La sua testa era rimasta a lungo nella stanza dei moncherini, mentre tentava inutilmente d’immettere la Macchina di lettura neurale, ma in qualche modo il cervello, seppur funzionante, era compromesso. Da cui l’idea d’introdurla prima del decesso. Decine di fallimenti avevano seguito quel primo, la Macchina reagiva male alla morte, quindi stava tentando di migliorarla per renderla resistente e funzionale anche dopo il decesso del corpo in cui era innestata. Ci sarebbe riuscito. Con una simile scoperta, Z.A.R. lo avrebbe di certo riaccolto.
Ripensò per un attimo a casa, gli corsero in mente visioni di metallo e cemento. Era qualcosa di rincuorante. Si, sarebbe tornato… magari con un piccolo esercito di morti ai suoi ordini.
Fonte: http://www.asterionpress.com/forum/viewtopic.php?f=40&t=1640#p21227
